04/04/2012

Gli insulti dei fascisti al partigiano morto

Rosario Bentivegna diventa un caso. Il partigiano morto a novant’anni che ha avuto un ruolo nell’attentato contro i tedeschi che scatenò la rappresaglia delle Fosse Ardeatine scatena una polemica in cui l’ultradestra si infila con gusto. Su Repubblica, a firma di Elsa Vinci, il resoconto:

Bentivegna, morto a novant’anni per le conseguenze di un ictus che lo ha colpito a gennaio, ha sempre difeso quell’azione di guerra, nonostante il peso della rappresaglia nazista alle fosse Ardeatine. Sfidò Kappler ma non si disse eroe.

«Senza fare di necessità virtù», il titolo del suo ultimo libro, rende il timbro di una vita. «Quando muore una persona, un credente prega. Ma non è obbligatorio piangere se si tratta di un assassino. Non verserò una lacrima», dice Francesco Storace, leader de La Destra.

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Al diciassettesimo municipio c’è stato un episodio di contestazione, i consiglieri di centrodestra Aubert, Casano e D’Alessandro si sono allontanati polemizzando pur di non osservare un minuto di silenzio:

«Assassino », hanno gridato. Li ha difesi Fabio Sabbatani Schiuma, dell’esecutivo romano del Pdl. Al quinto municipio la commemorazione, anche qui sessanta secondi, è stata addirittura spartita con Giorgio Chinaglia.

Un minuto di raccoglimento per il partigiano e per il calciatore. Su facebook è volato qualche insulto. Ma sui social network, sul sito dell’Anpi è stato un diluvio di addii e commozione. Cordoglio dal vicepresidente del Senato, Vannino Chiti, dal Governatore del Lazio, Renata Polverini.


La biografia di Bentivegna:

Era stato scelto per il ruolo più rischioso nell’attentato fissato il 23 marzo 1944, anniversario della fondazione dei Fasci di combattimento. Studente di medicina, aveva ereditato il coraggio da una famiglia di siciliani impegnati nelle lotte per il Risorgimento, un bisnonno era con Garibaldi in Aspromonte.

Quel giorno il ragazzo si era travestito da spazzino, su un carretto nascondeva 18 chili di tritolo e pezzi di ferro. L’obiettivo era il battaglione Bozen, formato da altoatesini tra i 26 e i 43 anni che avevano optato per la nazionalità germanica scegliendo di far parte delle SS.

Quando i soldati si fecero vicini, il ragazzo accese la miccia e a passo sostenuto raggiunge via del Tritone dove lo aspettava la sua compagna, Carla Capponi, poi diventata sua moglie. Morirono 33 militari e due civili, uno dei quali Pietro Zuccheretti, aveva solo 13 anni.

La fine accidentale del bambino fu una delle colpe imputate a Bentivegna nel dopoguerra, oggetto di processi giudiziari tutti conclusi con il proscioglimento dei partigiani.

03/04/2012

«Metta in moto». E la cliente investe il meccanico: denunciata e condannata

ROVIGO - «Signora, metta in moto». E viene investito dalla cliente nella sua officina: il meccanico finisce in ospedale e denuncia la donna per lesioni colpose. I due finiscono davanti al giudice, il meccanico vince la causa in primo grado, ma lei non paga e la querelle si trascina fino alla sentenza d'appello dove la cliente viene condannata in modo ancora più pesante (specialmente per le spese legali).


La vicenda. Il curioso incidente risale a due anni fa in un'autofficina di Ficarolo dove la donna aveva portato l'auto per un controllo. Il meccanico ancora prima della riparazione, ha ispezionato il motore aprendo il cofano. A quel punto ha chiesto alla cliente di accendere l'auto. Lei ha obbedito, ma inavvertitamente ha messo la prima forse anche accelerando.


F20120329_c1_b8_1367.jpgatto sta che la vettura è "partita" e la ruota ha schiacciato un piede del meccanico, che è dovuto ricorrere alle cure dell’ospedale. I due non hanno poi trovato un accordo e la vicenda è finita in tribunale. La condanna. La donna è stata condannata dal giudice Mirko Stifano per lesioni personali colpose al pagamento di 619 euro di multa e a rifondere le spese processuali.


Era la sentenza d’appello che ricalca quella di primo grado. La cliente, però, aveva respinto gli addebiti e aveva deciso di ricorrere in appello.(messaggero)

Ai domiciliari evade e telefona agli agenti per tornare in carcere: esaudito

LODI - Ai domiciliari, per ben tre volte è uscito di casa chiamando personalmente la polizia per tornare in carcere. Alla fine ce l'ha fatta: stamattina il giudice, in tribunale a Lodi, lo ha condannato a 4 mesi per evasione e l'uomo, 70 anni, è tornato in cella.


Si tratta di un salernitano da qualche tempo residente a Lodi. Ultimamente era stato messo ai domiciliari dopo un'operazione per l'innesto di più by pass cardiaci. Il suo avvocato ha spiegato che solo, con un reddito minimo e problemi di salute non vedeva altre vie.


carabinieri-arresto.jpgNel corso del processo ha spiegato anche il suo sogno: tornare in un carcere vicino ad Aosta, dove si era trovato molto bene. Per ora è stato portato nel carcere di Lodi.